CASA DEI CARRARESI

Il complesso di età medievale deve il suo nome alla presenza, sulla facciata prospiciente la via pubblica, dell’emblema dei Da Carrara, riemerso solo in tempi recenti dallo strato di calce che lo nascondeva. Tuttavia il reperto non deve indurre a identificare l’edificio quale casa di abitazione della famiglia Da Carrara poiché un preziosa fonte storica del 1375 definisce lo stabile “Osteria alla Croce” e lo segnala come luogo di sosta per chi cercava ristoro e riposo nella città di Treviso, soprattutto per “mercanti e viaggiatori provenienti dalla Germania attraverso il Cadore e dall’Austria e dall’Ungheria passando per il Friuli”.

La destinazione d’uso oaffresco3riginaria era, comunque, quella di casa privata, come riportato in un contratto di compravendita risalente al 1354: il documento menziona la domus a Cruce nella contrada di San Michele a Treviso ed è sottoscritto tra le figlie del notaio Giovanni Patresello e Pietro e Bartolomeo Desenovo da Venezia. Successivamente,
nel 1369, i Desenovo vendono la casa a Paolo di Gherardo, anch’egli di Venezia, da tempo già albergatore della stessa “Osteria alla Croce”, descritta come casa a due piani, provvista di un “poggiolo di sotto” sul Cagnan.
Vari passaggi di proprietà si sono susseguiti tra il 1377 e il 1396, anno in cui l’osteria, tanto nota che l’intera contrada si identificava come “della Croce”, risulta gestita da Giovanni Berton, proprietario anche dell’edificio adiacente ora denominato Ca’ Brittoni (la famiglia Berton era originaria di Marsiglia e dunque il nome deriva da una distorta conoscenza geografica dei trevigiani che collocavano Marsiglia nella regione francese della Bretagna). Il luogo pubblico gli servì quale punto d’incontro con “esponenti della cultura e dell
’arte. Nell’esercizio stesso della sua professione aveva rapporti non solamente con fornitori di derrate e merci necessarie al funzionamento della sua locanda, con clienti insolventi, con registri contabili. Giovanni Berton aveva modo di parlare con persone provenienti da città italiane ed europee, poteva ascoltare e confrontarsi con esperienze diverse”.
Attualmente Casa dei Carraresi, a seguito di un considerevole intervento di ristrutturazione, è divenuta uno dei più importanti poli di ricezione culturale della città e, in modo del tutto casuale, ha assunto nuovamente, dopo secoli, il ruolo che fu della locanda alla Croce, ovvero un fondamentale riferimento cognitivo per gli “stranieri” che arrivano a Treviso.
La particolare struttura tripartita del piano terra e del primo piano, evidenziata dalla presenza di due muri con ampie aperture che racchiudono sistemi di collegamento verticale, scala e ascensore, ha indirizzato la scelta progettuale verso una funzione espositiva di tali spazi. L’ultimo piano ospita invece una suggestiva sala convegni, in cui la maestosa presenza della copertura lignea crea uno spazio caldo e accogliente per ospitare seminari, conferenze, presentazioni di libri e incontri culturali.
L’armonia tra l’antica struttura e l’attuale destinazione dei locali è rimarcata da una simbiosi tra vetusti materiali, come la pietra d’Istria o il legno delle travature, e quelli nuovi, ferro, acciaio e bronzo, impiegati sia come elementi strutturali che decorativi. La luce naturale invade lo spazio attraverso le ampie vetrate che si aprono sul Cagnan, esaltando l’ambiente interno e creando un affascinante connubio tra la fabbrica dei Carraresi e l’acqua, la cui ricchezza ha da sempre connotato la città di Treviso.

CA’ BRITTONI

Un singolare trait d’union lega per un certo periodo la storia di Casa dei Carraresi e Ca’ Brittoni: nel 1369 Giovanni Berton risulta essere albergatore della locanda alla Croce e proprietario dell’attigua muromattonicasa, poi denominata Brittoni. Tuttavia, mentre la presenza della famiglia Berton in Casa dei Carraresi è limitata all’arco temporale in cui Giovanni svolge la sua attività di oste, in Ca’ Brittoni si può ipotizzare che permanga la

loro proprietà fino almeno a buona parte del XIV secolo. Esternamente sono ancora visibili porzioni, soprattutto sul camino verso vicolo Spineda, di intonaco sottile a cocciopesto decorato a finta apparecchiatura muraria. Le aperture costituiscono un vero excursus tipologico: finestre a tutto sesto di epoca romanica, finestre lobate di gusto gotico, finestre rinascimentali.
In origine lo stabile doveva avere una struttura lignea, così come la maggior parte delle case antiche, poi sostituita con una in muratura; traccia di tale trasformazione è ancora oggi visibile in alcuni elementi lignei superstiti inglobati nella muratura della stanza decorata con l’affresco Madonna col Bambino. Le ipotesi sull’assetto interno si fondano sulla distribuzione dei lacerti di affresco che ha inizio proprio nella stanza della Madonna col Bambino e continua nell’ufficio adiacente al vano scale: dalla loro lettura si può dedurre che l’impianto duecentesco prevedeva la presenza di cinque ambienti al primo piano, raggiungibili attraverso scale di legno, diversamente dagli attuali tre ambienti, conseguenza della demolizione di un’intera porzione di edificio e di una parete interna. I preziosi affreschi del Cavazza trovano invece collocazione in un ambiente frutto di un ampliamento quattrocentesco finalizzato all’allineamento della facciata sul Cagnan con quella adiacente di Casa dei Carraresi. Sulla parete affrescata sono visibili i tamponamenti delle originali aperture che prospettavano il fiume, mentre sulla facciata del piano superiore è presente un grande stemma della famiglia Berton.

AFFRESCHI DECORATIVI

Se il centro storico di Treviso preserva un numero considerevole di pitture murali esterne quali decorazioni di facciata, gli affreschi superstiti di Ca’ Brittoni presentano un rilevante interesse storico perché documentano l’articolarsi nel tempo del gusto decorativo delle abitazioni private trevigiane per quanto riguarda gli interni.

Sotto il paffresco2orticato di Ca’ Brittoni si conserva l’immagine di Sant’Antonio abate, databile al 1360, anche se assai consunta. Ancora a fine Settecento è documentato l’uso di apporre sulle pareti del porticato immagini sacre, come testimonia l’attiguo affresco trecentesco, di un’Assunzione della Vergine.
Degni di nota sono gli affreschi più propriamente interni come Madonna col Bambino, del 1420 circa, e il cinquecentesco Incontro tra un cavaliere e un poeta (?) in un paesaggio, di tematica profana, nel quale sono riconoscibili motivi vagamente giorgioneschi.
Nei cinque ambienti al primo piano le tipologie decorative sono diversificate. La stanza su vicolo Spineda presenta un manto decorativo a finta tappezzeria a rosoni entro elementi a rombo ricorrenti. L’altra più ampia stanza, con affaccio sempre su vicolo Spineda, originariamente distinta in due ambienti, presenta dunque un abbinamento di motivi decorativi: nella parte più esterna vi è quello a finta apparecchiatura muraria con larga connessura bianca e marmi policromi (rosso, giallo, verde e nero), nella parte più interna vi sono motivi figurativi iscritti in elementi quadrilobati, significativi dal punto di vista tipologico per una datazione delle decorazioni.
La stanza che dà sulla corte interna è frutto di una manipolazione strutturale. Sono infatti presenti anche qui due tipi di decorazione appartenenti in origine ad ambienti distinti: uno a rosoni, che prosegue anche nell’attuale vano scala e uno a esagoniche si ritrova in parte anche nella stanza della Madonna col Bambino. Vi sono rappresentati animali (cane, lupo, leone, lepre, orso), creature leggendarie zoomorfe (ippogrifo, drago) e figure antropomorfe (Figure umane unite, con zampe d’uccello). Compaiono poi riferimenti fabulistici di origine letteraria come La volpe e la cicogna di Fedro o un motivo di attività quotidiana che genericamente rinvia all’iconografia dei mesi come il Cacciatore con la lepre. Si può apprezzare altresì una Figura femminile, colta di profilo all’altezza del busto che presenta un’accentuata scollatura rotonda e un’acconciatura a balzo segnata da tratti scuri. I motivi, cui si è accennato, sono attestati solitamente negli apparati decorativi degli ambienti pubblici nel Duecento, come molti palazzi comunali della Padania.

L’affresco Madonna col Bambino è comparso nel corso del restauro architettonico dell’edificio e la sua collocazione, in un preciso punto della stanza, fu determinata dal tamponamento di una finestra. L’esito stilistico è da ricondurre all’influenza di Gentile da Fabriano che realizzò celebri affreschi nella chiesa trevigiana di Santa Caterina.
Altri affreschi incredibilmente vividi e freschi sono emersi anche nell’ambiente del primo piano di Ca’ Brittoni, forse ispirati ad un testo medievale e interessanti soprattutto in riferimento alla cultura letteraria e umanistica delle decorazioni d’interni trevigiani di fine Quattrocento: le figurazioni si presentano come un organico ciclo di tematica allegorica e mitologica, opera del veneziano Giovanni Cavazza che lascia il suaffresco1o nome sul piedistallo su cui si erge Medea (Ioanes Chavaza venetus pinxit).
Il ciclo si dispone sulle pareti ovest e sud, mentre sulla parete est rimangono tracce del fregio ad affresco della linea sottotrave. A partire dal lato destro della parete ovest è rappresentata la scena del Sacrificio di Diana: le ninfe (Ginevra, Eugenia, Meridiana, Laura, Ippolita), compagne della dea, assumono le sembianze di cinque avvenenti donne col serto di mirto sacro a Diana e stanno attorno all’ara sacrificale dove bruciano un caprone, una lepre e un asino, animali che rimandano rispettivamente alla lussuria, all’amore carnale e all’accidia.
All’interno di un riquadro romboidale si evidenzia la scena di un Bimbo che prende paura di uno scoiattolo, legata alla simbologia dell’animale, exemplum di solerzia e diligenza; nel riquadro
successivo, mutilo per l’apertura della porta di accesso all’ambiente, si riconosce Minerva grazie ai suoi tradizionali attributi ovvero l’elmo alato, la lorica e la lancia.

Diana diventa nuovamente protagonista nella raffigurazione successiva in cui appare in posizione stante, circondata dalle ninfe, solo alcune delle quali già incontrate nella scena del sacrificio.
Il significato figurale di questa decorazione è reso più esplicito dagli episodi successivi: Diana che caccia con la sua lancia Cupido bendato, il quale supplica di non punirlo; Cupido bendato e alato che si erge sopra il globo, ad indicare il carattere universale dell’amore, e Venere che educa Cupido. Gli episodi trattano opposte visioni dell’amore e le divinità ne esprimono i differenti aspetti, per cui Diana simboleggia la castità ed è soccorsa da Minerva, dea della sapienza, mentre Venere impersona la lussuria. La successiva rappresentazione di Medea illustra, infine, il modello della donna appassionata e gelosa che giunge per amore ad atti scomposti e tragici: infatti trattiene con la destra i capi mozzati dei due giovani figli uccisi per vendicarsi del ripudio di Giasone, mentre punta al petto il pugnale.

Testo  estratto da:

Cassamarca.Opere restaurate nella Marca  Trevigiana, 1987-1995 a cura di Giorgio Fossaluzza, Treviso 1999. Testi di G. Fossaluzza e S. Rizzato.